Confronta due tabelle
Il listino di marzo e quello di settembre, l'anagrafica di ieri e quella di oggi: scegli la colonna che fa da chiave e vedi le righe aggiunte, quelle sparite e, per le altre, quali celle sono cambiate.
La colonna che fa da chiave è tutto
Due tabelle si confrontano bene solo se si sa quale riga corrisponde a quale, e quello lo dice la chiave: il codice articolo, la partita IVA, la matricola. Senza, le righe si appaiano per posizione, che è fragile in un modo particolarmente sgradevole: basta una riga inserita in mezzo e da lì in poi risulta cambiato tutto, quindi il referto è pieno di differenze che non esistono. Il menù propone da solo la prima colonna che ha tutti valori diversi, che quasi sempre è quella giusta.
Se la colonna scelta ha valori ripetuti, la pagina non appaia a caso: dice quanti sono e quali, e quelle righe restano fuori dal confronto. È una scelta di onestà e vale la pena spiegarla: con due righe uguali per codice, qualunque abbinamento il programma scegliesse produrrebbe differenze inventate, e chi legge non avrebbe modo di accorgersene.
Si confrontano i valori, non le stringhe
È il punto in cui uno strumento del genere diventa inutile senza che nessuno lo noti: se 1.234,56 e 1234.56 risultano diversi, cambia ogni riga e il referto è rumore. Qui i due numeri vengono riconosciuti come lo stesso valore, e la variazione percentuale viene calcolata solo quando prima e dopo sono davvero numeri.
C'è un caso in cui bisogna decidere, e la decisione è scritta qui perché è l'unica cosa che il programma sceglie al posto tuo: «1.234» può essere milleduecentotrentaquattro all'italiana oppure uno virgola duecentotrentaquattro all'inglese. Vale la regola già usata dagli altri strumenti del sito: un separatore seguito da esattamente tre cifre si legge come separatore delle migliaia. Se nei tuoi dati non è così, la strada è passare da Pulisci un CSV prima di confrontare.
Che cosa esce, e come si usa
Il referto è diviso in tre: le righe cambiate, con la colonna, il valore prima, quello dopo e la variazione in percentuale sui numeri; le righe aggiunte; e quelle sparite. Sopra ci sono i totali, comprese le colonne comparse o sparite, che sono un cambiamento di struttura e non di dati. Il CSV che si scarica contiene tutto, anche quando a schermo si vedono solo le prime duecento righe.
Il gesto tipico è mandare quel CSV al collega dicendo «sono cambiate queste quattordici righe», che è molto più utile che allegare due listini interi e lasciare a lui il lavoro. Se poi quel file va riaperto in Excel senza perdere gli zeri davanti ai codici, il passaggio giusto è Da CSV a Excel.
I file Excel, e perché qui non si aprono
Questa pagina legge il CSV e l'incollato: copiando delle celle da Excel e incollandole nel riquadro arriva del testo separato da tabulazioni, che viene riconosciuto da solo, come vengono riconosciuti il punto e virgola, la virgola e la barra verticale. Un file .xlsx invece non si apre qui, ed è una decisione, non una dimenticanza.
Il motivo è che il lettore degli archivi Excel esiste già nel sito, in un'altra pagina, e tenerne due copie è il modo sicuro di farle divergere: una si corregge e l'altra no, e dopo sei mesi due strumenti dello stesso sito leggono lo stesso file in due modi. Quindi se hai un .xlsx, il passaggio è Da Excel a CSV, che ne tira fuori il CSV; poi si torna qui.